Sad America

Solo un tragico, macabro umorismo si è stagliato dalla soporifera piattezza del primo dibattito tv tra il presidente uscente George W. Bush e lo sfidante democratico John Kerry.

È stato quando Bush ha voluto convincerci che con l'invasione statunitense l'Iraq è diventato un posto migliore: allora, sullo sfondo, dietro i due leggii, il nostro occhio mentale ha proiettato le strazianti immagini di poche ore prima, del carnaio dei bimbi di Baghdad. Lì è emersa tutta la preoccupante irrealtà che intride questa campagna presidenziale Usa: per la prima volta dal 1972 la politica estera è sì diventata un tema centrale su cui si decidono le elezioni, ma persino questa novità positiva inquieta il resto del mondo perché i due candidati la declinano nel modo autoreferenziale di concentrazione assoluta sul proprio ombelico nazionale.

Si dirà che un dibattito elettorale in tv non è il luogo adatto per relazioni da Foreign Policy Council. E che, come disse Jimmy Carter nel discorso di accettazione del premio Nobel per la pace, \"superforza non vuol dire supersaggezza\". Ma per quanto questa elezione implichi conseguenze pesanti per tutto il pianeta, noi cittadini del resto del mondo non abbiamo alcuna voce in capitolo. Per ora sono solo i democratici statunitensi a tirare un sospiro di sollievo.

Fino all'altroieri tutto il fronte anti-Bush incrociava le dita: se in questo dibattito Kerry fosse stato sconfitto, per lui la partita sarebbe stata definitivamente persa. Fino ad allora infatti Kerry non era riuscito ad altro che a segnare il più clamoroso degli autogol: in tutte le campagne in cui un candidato sfida il presidente uscente, l'elezione è essenzialmente un referendum sulla presidenza trascorsa, sul suo bilancio; quest'elezione doveva essere quindi un referendum su Bush, sulla sua guerra, sugli sgravi fiscali, sul deficit pubblico, sulla disoccupazione; ecco invece che il combinato composto della spregiudicatezza repubblicana e della suicidaria strategia democratica era riuscito a convertire l'elezione in un referendum su Kerry, sul suo eroismo o meno, sulla sua volubilità, sulla sua capacità di essere un \"comandante in capo\".

Da qui il crescente vantaggio di Bush nei sondaggi.

Giovedì notte infine Kerry si è deciso ad attaccare sul serio Bush. Non che sia diventato di colpo un picchiatore, ma qualche sberla l'ha mollata, come quando ha detto che invadere l'Iraq è stato come se dopo Pearl Harbour Franklin Delano Roosevelt avesse dichiarato guerra al Messico. L'impressione, per restare nella metafora pugilistica, è che Kerry abbia vinto di poco ai punti. E che quindi la partita si sia riaperta. Mercoledì sembrava tutto perduto, ieri la prospettiva era meno tetra. Con tre interrogativi.

Il primo riguarda il ruolo dei mass-media. Anche nel 2000 a tutti gli osservatori era sembrato che Al Gore avesse avuto il sopravvento, ma poi le tv avevano attribuito la vittoria a Bush, e si sa come finì. Bisognerà perciò aspettare lunedì o martedì e i sondaggi per confermare la prima impressione.

La seconda ragione di cautela sta nei prossimi due dibattiti tra Kerry e Bush e in quello tra i due aspiranti vicepresidenti, dove il belloccio John Edwards avrà un arduo compito contro Dick Cheney, un vero \"mastino della guerra\".

La terza riguarda la fragilità dell'attacco sferrato da Kerry: c'erano molti modi per criticare la guerra in Iraq, ma il candidato democratico ha scelto l'argomento per cui la guerra a Saddam Hussein ha distolto risorse, denari e uomini dalla vera guerra contro al Qaida e Osama bin Laden: però così Kerry diventa del tutto inerme in caso di cattura o uccisione di Bin Laden prima delle elezioni; in quest'evenienza la sua critica verrebbe spazzata via. Tuttavia, pur con questi distinguo, la situazione si presenta oggi meno buia di due giorni fa e un filo di speranza si è riacceso di non vedere George W. per altri quattro anni alla Casa bianca.